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RIFLESSIONI

DANTE ALIGHIERI

Il poeta dei teologi

 

È stato il Cardinale Paul Poupard, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, a ricordare la passione di Papa Paolo VI per Dante Alighieri durante un incontro tenutosi il 17 marzo 2015 presso il Cenacolo Francescano della Chiesa di Santa Croce, a Firenze, in occasione del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri e del 50° anniversario della Lettera Apostolica Motu Proprio di Paolo VI Altissimi Cantus. E non è un caso che questo documento sia stato preceduto da due lettere, una diretta all’Arcivescovo di Ravenna e l’altra all’Arcivescovo di Firenze, e seguito da un indirizzo di saluto rivolto ai dirigenti e ai soci della «Società Dante Alighieri» convenuti a Roma per l'Udienza Generale del 21 gennaio 1966.


Il Cardinale Poupard ha ricordato che Paolo VI, come d'altra parte anche il suo predecessore Benedetto XV, riteneva che la bellezza dell'opera di Dante risiede sia nel modo variopinto in cui rivela la verità che nell'uso di una vasta gamma di figure retoriche. Paolo VI, che aveva dato impulso ad una cattedra di studi danteschi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, era solito mettere in evidenza l'aspetto «ecumenico» delle opere di Dante, un poeta universale per tutte le persone e tutti i tempi. La sua grandezza «abbraccia cielo e terra, eternità e tempo, i misteri di Dio e le vicende degli uomini, la dottrina sacra e le discipline profane, la scienza attinta dalla Rivelazione divina e quella attinta dal lume della ragione». E come sosteneva Paolo VI il fine della Divina Commedia è proprio «primariamente pratico e trasformante», essendo obiettivo di Dante aiutare l’uomo a passare dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità.


Paolo VI celebra quindi Dante come poeta dei teologi e come teologo dei poeti, «maestro dell’altissimo canto», nella misura in cui la sua finezza d'animo lo rende un acuto teologo ed una guida perfetta nel santuario della Poesia. E a testimoniare ancora di più la passione del papa per Dante fu anche il dono che Paolo VI volle fare a tutti i Padri conciliari che presero parte al Concilio Vaticano II: un’edizione speciale della Divina Commedia.


Già nel 1921 Papa Benedetto XV rendeva omaggio a Dante Alighieri nella sua enciclica In praeclara summorum copia hominum, scrivendo le seguenti parole: «Chi potrà negare che, a quell’epoca, non vi siano state, tra il clero, cose da riprovare, capaci di disgustare profondamente un’anima devota alla Chiesa come quella di Dante?». Nell’enciclica Benedetto XV mette in evidenza come l’esempio di Dante offra una testimonianza esemplare di quanto i valori religiosi possano contribuire a promuovere la formazione umana e di conseguenza come l'assenza di tali valori possa minare il processo formativo dei giovani e precludere la loro crescita intellettuale nonché l'acquisizione di un'appropriata educazione civica.


Benedetto XV attribuisce dunque a Dante il ruolo di maestro di dottrina cristiana sia nell'esercizio delle arti che nello sviluppo delle virtù. E poi ancora il Santo Padre, in un altro passaggio dell’enciclica, sottolinea che il più grande elogio che si possa tributare a Dante è quello «di essere stato un poeta cristiano» o, in altre parole, «di aver trovato accenti quasi divini per cantare le istituzioni cristiane di cui egli contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore». Ed infine, definendo la Commedia come il «Quinto Vangelo», Benedetto XV dichiarò che Dante Alighieri è stato «il bardo più eloquente tra quanti hanno cantato e proclamato la sapienza Cristiana».